SANDRA HÜLLER E LA LIBERTÀ DI NON DOVER DIMOSTRARE NULLA
La protagonista della mia rubrica He says, She says oggi è Sandra Hüller, attrice tedesca nota per i suoi ruoli in Anatomia di una caduta (2023) e La zona di interesse (2023). L’ho intervistata a Los Angeles in occasione dell’uscita del suo ultimo film L’ultima missione: Project Hail Mary (dal 20 marzo al cinema anche in Italia).
In Project Hail Mary, Sandra Hüller interpreta Eva Stratt, capo della task force internazionale incaricata di affrontare la crisi globale degli Astrofagi. Eva è una donna che prende decisioni disperate senza esitazione, guidata da un senso del dovere più grande di qualsiasi ego. È una figura di potere che non chiede approvazione e non si giustifica. Dalla nostra chiacchierata però emerge che fuori dallo schermo Hüller ha vissuto una vita molto diversa: nessuna strategia, nessuna ambizione dichiarata, solo la volontà di restare curiosa e libera, scegliendo ogni progetto non per costruire una carriera, ma per continuare a imparare. “Non ho mai avuto veri obiettivi di carriera. Ho iniziato in teatro, ho frequentato una scuola di recitazione per diventare attrice teatrale. Il cinema è arrivato quasi per caso: qualcuno ha pensato che potessi recitare in un film. Da allora ho sempre cercato di crescere come persona e come attrice. Quando si presenta un’occasione per imparare qualcosa fuori dalla mia zona di comfort, la prendo. È questo che trovo davvero stimolante: imparare, fare esperienza, esplorare”.
In un’industria ossessionata dalla strategia, è una posizione quasi radicale. Che aspetti di un film influenzano le tue scelte cinematografiche?
Sono una madre single e quindi cerco di non stare troppo lontano da casa, o almeno di lavorare in posti che posso raggiungere facilmente, anche solo in macchina. Questo naturalmente limita alcune possibilità, ma non è il fattore principale: alla base delle mie scelte resta sempre il progetto, il personaggio, ciò che posso imparare da quell’esperienza.
Nel film interpreti una donna in una posizione di enorme responsabilità. Cosa ti ha colpito di questo ruolo?
Prima di tutto il fatto che sia un personaggio così potente e determinato, cosa che non capita spesso. Nella mia carriera mi è successo molte volte di interpretare donne che, in un modo o nell’altro, dovevano pagare un prezzo per il loro successo o essere punite per ciò che avevano raggiunto. Qui invece interpreto qualcuno che è semplicemente brava nel suo lavoro. Non deve giustificarsi, non deve essere ridimensionata. È stato molto liberatorio, e anche molto divertente.
Cosa significa per te rappresentare una leadership femminile oggi?
Credo che una persona in una posizione del genere debba essere in grado di guidare gli altri in modo costruttivo. Deve saper ascoltare, essere empatica, ma allo stesso tempo mantenere sempre chiaro l’obiettivo. Non significa non avere emozioni—al contrario—ma saperle mettere da parte quando è necessario, per poter portare avanti qualcosa di più grande di sé.
Il tuo personaggio tiene insieme rigore e calore. Come hai lavorato su questo equilibrio?
Era esattamente quello che cercavo. Volevo che fosse calorosa e accessibile, ma anche severa quando serve. Aperta quando è il momento di esserlo, rigorosa quando la situazione lo richiede. E credo che questo sia anche molto reale: non siamo mai una cosa sola. Siamo molte cose contemporaneamente. Più possibilità un personaggio ha di mostrarsi, meglio è. Per questo non ho mai visto una contraddizione tra il suo lato più duro e quello più umano.
Hai guardato a modelli reali per costruire il personaggio?
Ho cercato prima di tutto di immaginare qualcuno da cui mi sarei lasciata guidare, una persona di cui mi fiderei davvero. Ho osservato anche alcune leader femminili reali. Nel mio Paese, per esempio, siamo stati governati da una donna di recente, quindi ho guardato anche a figure come quella. Ma la scrittura era così solida che non ho sentito il bisogno di fare ricerche approfondite. E quando avevo domande scientifiche potevo chiedere direttamente ad Andy Weir, che era sempre disponibile.
Una delle idee centrali del film è che la scienza possa essere una forma di speranza. Ti ritrovi in questa visione?
Sì, molto. Per me la scienza è sempre stata qualcosa di profondamente legato alla speranza, perché è un continuo tentativo di trovare soluzioni ai problemi che abbiamo. È un processo che cerca crescita, che espande la nostra conoscenza. In questo senso, essere uno scienziato è già di per sé un atto pieno di speranza. Il film parla anche di fede in sé stessi e degli strumenti che possiamo usare per servire qualcosa di più grande di noi. Nessuno dei personaggi è guidato dall’ego: tutti cercano di contribuire a uno scopo più ampio.
Pensi che storie come questa possano cambiare il modo in cui guardiamo alla scienza?
Credo di sì. La scienza non scomparirà mai, perché è legata a un impulso molto umano: il desiderio di esplorare, di capire come funzionano le cose, come funzioniamo noi e come funziona il mondo. La curiosità esisterà sempre. Oggi è soprattutto una questione di risorse e finanziamenti, ma ci saranno sempre persone che vorranno fare questo lavoro. Se un film può aiutare a stimolare quella curiosità—verso gli altri, verso il mondo, verso lo spazio—allora ha già fatto qualcosa di importante.
Questo è il tuo primo grande progetto hollywoodiano. Com’è stata l’esperienza?
Non avevo idea di cosa aspettarmi, quindi sono arrivata senza aspettative. Ho cercato semplicemente di non fallire. Quello che mi ha sorpresa di più è stata l’assenza di pressione e il fatto che nessuno cercasse di controllare tutto in modo eccessivo. L’atmosfera era molto giocosa, gentile, calorosa. Sembrava quasi che avessimo tutto il tempo del mondo, anche se ovviamente non era così. Mi ha colpito molto anche il modo in cui Ryan Gosling lavora: la connessione che crea con le persone, il calore che porta sul set e allo stesso tempo la sua professionalità. È qualcosa che mi ha davvero impressionata.
Hollywood ha più mezzi rispetto al cinema europeo. Questo cambia il tuo modo di lavorare?
Sì, ovviamente i mezzi sono diversi, ma cambia anche il modo di lavorare e di relazionarsi sul set. Per me è stato interessante proprio per questo: è come allenare muscoli diversi, sperimentare un altro approccio al fare cinema.
Hai cercato di evitare stereotipi nella costruzione del personaggio?
Sì. All’inizio avevamo molte conversazioni sull’energia del personaggio. Io lo immaginavo più caotico, con una grande borsa piena di cose, quasi disordinato. Poi ho capito che quel tipo di energia apparteneva già a un altro personaggio. Abbiamo quindi cercato qualcosa di diverso: qualcuno che potesse guidare, dare direzione, aiutare a concentrare le energie su un obiettivo enorme. Non ho mai pensato alla sua “tedeschità” come elemento centrale. Essendo tedesca, per me era anche liberatorio non dover nascondere l’accento.
Dove trovi l’ancora emotiva di un personaggio così?
Nel suo senso di responsabilità verso gli altri. È una persona che deve guidare, ma farlo in modo costruttivo. Deve saper ascoltare, essere empatica e allo stesso tempo non perdere mai di vista l’obiettivo. Questa tensione tra apertura e controllo è stata la base emotiva del personaggio.
Com’è stato il tuo primo incontro con Ryan Gosling?
È stato molto semplice. Ero ai Pinewood Studios per prove trucco e costumi, lui stava già girando. Durante una pausa ci hanno fatti incontrare velocemente. Abbiamo scambiato poche parole, poi ci siamo conosciuti direttamente sul set. Non c’è stato un vero “riscaldamento”, ma ha funzionato subito. Ryan è una persona che ti fa sentire visto e accolto. Si prende cura di ciò che accade intorno a lui, è molto concentrato ma anche giocoso. È il partner di scena ideale.
La scena del karaoke è stata divertente da girare?
Sì, anche se un po’ spaventosa. Il karaoke è una di quelle cose in cui è facile fallire. Non sapevo nemmeno che ci sarebbe stata quella scena quando ho accettato il film. L’ho scoperto pochissimo tempo prima di girarla, quindi abbiamo dovuto trovare una canzone molto velocemente. Alla fine ho scelto un brano di Harry Styles, anche chiedendo conferma a mia figlia adolescente per capire se fosse davvero una buona scelta. È stato un momento leggero, ma in qualche modo perfetto per il personaggio.
Qual è stato il tuo personale “Hail Mary moment”?
Fare questo film, senza dubbio. È qualcosa che non avrei mai immaginato per me stessa. Non pensavo che un progetto del genere sarebbe entrato nella mia vita. E invece è successo.
Nella vita reale, come vivi la fama internazionale?
Cerco di non cambiare nulla. Nella mia vita privata continuo semplicemente a stare a casa, a fare le cose di sempre, ad andare dove voglio andare.
Ti piacerebbe andare nello spazio?
Mi sarebbe piaciuto diventare astronauta o scienziata, quello sì. Ma non credo che andrei nello spazio per turismo. Penso che abbiamo già moltissimo lavoro da fare qui, sulla Terra.
Hai imparato qualcosa di nuovo sulla scienza lavorando al film?
Sì, tutta la parte legata alla scoperta dell’astrofago è affascinante. Seguire gli esperimenti è come assistere a una vera scoperta scientifica. Ovviamente non sappiamo se esista davvero, ma con Andy Weir non si sa mai. Anche gli esperimenti sulla gravità sono incredibilmente interessanti da osservare e da leggere.
Cosa hai provato la prima volta che hai visto il film?
È stato come essere sollevata dal sedile. Urlavo allo schermo: “Non farlo! Fallo! Perché?”. È un’avventura folle, emozionante. Tutte queste riflessioni sono vere, ma alla fine è anche semplicemente questo: un’esperienza molto, molto coinvolgente.